Rapporto Censis sulle università italiane, niente stop alle iscrizioni causa pandemia, più donne tra le nuove matricole

20 Luglio 2021

È stata appena pubblicata la Classifica Censis delle Università Italiane, importantissimo strumento per i futuri studenti universitari. Dall'analisi Censis sul sistema universitario italiano, basata sulla valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni) emergono dati rassicuranti per quanto riguarda il numero di immatricolati nell’anno accademico 2020-2021: +4,4% degli immatricolati consolida l’andamento positivo che si ripete ormai da 7 anni. Calcolato sulla popolazione diciannovenne, il tasso di immatricolazione ha raggiunto quota 56,8%.

La pandemia, quindi, non ferma le iscrizioni all’università: da quanto si legge dal rapporto “il sistema universitario nazionale, che lo scorso anno, riorganizzando le attività e rimodulando la didattica, ha contrastato con successo l’onda d’urto dell’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia di Covid-19, vede nel complesso rafforzata la propria attrattività nei confronti dei giovani diciannovenni, che, al completamento dell’istruzione secondaria, decidono di proseguire il proprio percorso di studi”.

Il tutto, si presume, grazie anche alle misure previste dal Decreto Rilancio del 2020, tra cui si annoverano stanziamenti addizionali per il diritto allo studio, l’allargamento della no tax area e la riduzione delle tasse per gli studenti dei nuclei familiari appartenenti alle fasce Isee più basse.

Il rapporto Censis, inoltre, sottolinea come la percentuale maggiore delle immatricolazioni derivi dalla fetta femminile della popolazione: nel 2020, a fronte di un tasso di immatricolazione maschile pari a 48,5%, quello femminile è stato del 65,7%.

Per quanto riguarda le aree disciplinari, con il 77,7% di studentesse immatricolate, quella Artistica-Letteraria-Insegnamento registra il tasso di femminilizzazione più elevato. All’opposto, nell’area disciplinare Stem l’universo femminile è rappresentato da una quota che, pur incrementandosi di anno in anno, resta ancora minoritaria (il 39,4%).